23 feb 2010

Genova – Lunedì 22 febbraio, il tanto atteso Hervè Barmasse, ha portato un fresco vento “patagonico”nell’ambiente alpinistico genovese. Il talentuoso scalatore è stato ospitato in concomitanza con la serata d’inaugurazione del corso di alpinismo della scuola di “Figari” della sezione Ligure del Club Alpino Italiano, e dei festeggiamenti per il 50° anno di attività che coincide con il 130° anniversario della sezione stessa.
La guida valdostana ha presentato tre filmati di grande impatto, primo fra tutti il film “Fixed rope“, di Valeria Allievi, sulla difficile scalata al Cerro Piergiorgio, in prima assoluta, nel gruppo del Fitz Roy, in Patagonia (Argentina). La regista è ben nota per aver vinto il premio Genziana d’Oro al Trento Film Festival, la più alta onorificenza per il cinema di montagna. Il giovane Hervé lo è invece per la sua grande abilità, per le tante e prestigiose scalate nell’arco alpino e per le sue spedizioni extraeuropee.
Si è trattato di un momento davvero toccante ed infatti la serata è stata condotta con magistrale semplicità, puntando non tanto sugli exploit sportivi, quanto piuttosto sull’umanità e l’importanza dell’andare in montagna. Barmasse è riuscito a trasmettere tutti quegli aspetti più veri di questa grande passione, quasi simile ad una vocazione, che spesso vengono assolutamente trascurati dagli alpinisti di punta. Hervé si è presentato con sincera umiltà, quasi fosse il ragazzo della porta accanto, nonostante sia un alpinista di punta nel panorama mondiale.
Tra i vari contributi è stato presentato un filmato ancora inedito, che ha visto quale soggetto anche il grande Simone Moro, ed un preciso movie sulla prima salita solitaria, e seconda ripetizione assoluta, della “Direttissima” della parete sud del Cervino. Quest’ultima via fu aperta nel 1983 dal padre di Hervé; così si consolida ulteriormente la tradizione famigliare oramai alla sua quarta generazione di guide alpine. Quest’ascensione ha permesso anche il ritrovamento di alcune corde di canapa che circumnavigano la cengia sommitale della “Becca” sino alla vetta svizzera. Tale scoperta testimonia l’ipotesi dei Barmasse che asserisce che il percorso si fosse sviluppato in assenza della storica scala Jordan.
Hervé ha presentato anche due storie importanti. La prima ha riguardato il grande rischio a cui è sopravvissuto in seguito ad un incidente che poteva rivelarsi mortale, per via di alcune molteplici scariche di neve e sassi in spedizione. Tale testimonianza gli ha permesso di spiegare come sia importante puntare alla sicurezza in montagna, ma anche sapere che la morte è una delle condizioni possibili di un alpinista, e va assolutamente accettata come uno tra i tanti elementi, solo uno fra molti. È perciò oggettivamente molto negativo che la stampa si occupi di montagna generalmente solo quando vi sono delle tragedie di cui raccontare. È altrettanto evidente che si trascurino invece tutti gli altri momenti magnifici che connaturano l’andare in montagna. Potremmo dire noi che, come asseriva Siddharta, «fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce». I media di settore dovrebbero tendere esattamente nella direzione opposta.
La seconda storia riguarda l’emancipazione e l’economia dei portatori Pakistani, che si ritrovano a rischiare incredibilmente, per via della loro inesistente preparazione alpinistica, per poter partecipare alle spedizioni. Basta una di esse per donare loro uno stipendio equipollente ad un anno di retribuzione di un loro medico. Eppure ci sono portatori che hanno all’attivo uno o due ottomila, che non conoscono i rudimenti delle tecniche necessarie. Forse però si avrà una svolta grazie al progetto della creazione di una scuola alpinistica, per altro aperta anche alle donne, che in quei territori non sono ancora nemmeno lontanamente emancipate.
Hervè Barmasse si è dimostrato quindi fino alla fine un personaggio attento alle sfaccettature più umane di ciò che è montagna, e chi era presente alla serata né è stato arricchito nel proprio profondo.

Christian Roccati
www.christian-roccati.com

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