27 feb 2010

Nel 1995 la Coppa del Mondo di Rugby fu vinta dal paese ospitante, il Sudafrica, che sconfisse in finale, per quindici a dodici, gli All Blacks della Nuova Zelanda. Il paese africano era governato da pochi mesi da Nelson Mandela (1918) uscito dalla prigione nel 1990, dopo ben ventisette anni di carcere ed eletto alla presidenza a grande maggioranza nel 1994. Un delle sue prime preoccupazioni fu di trasformare in un paese unito una nazione percorsa da lacerazioni profonde che opponevano i nativi alla minoranza bianca, i cui governanti avevano oppresso, torturato, ucciso per decenni la maggioranza nera. Uno dei gradini di questa politica fu l’uso sapiente dei Campionati Mondiali cui partecipava di diritto la squadra nazionale, gli Springboks (antilopi), composta di quattordici bianchi e un solo giocatore nero. Il rugby era lo sport più odiato dai sudafricani di colore, che prediligevano il calcio e gioivano delle sconfitte dei rugbisti. In questo clima la costruzione di una squadra che rappresentasse l’intera nazione divenne un obiettivo politico importante. Clint Eastwood e Morgan Freeman – attore che impersona Nelson Mandela così bene da far scrivere a qualche critico che sembra Mandela che impersona Morgan Freeman – nel realizzare Invictus – L’Invincibile (meglio, L’invitto) sono partiti dal libro Ama il tuo nemico (Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation, 2008) di John Carlin per raccontare la preparazione e l’esecuzione della finale di quel campionato. Un incontro che è anche il primo gradino per la costruzione di una vera unità nazionale. La partita fu disputata fra la nazionale locale e quella della Nuova Zelanda e fu vinto dalla prima con un piccolo scarto di punti conquistati nei tempi supplementari. Ritroviamo in questo film, che alcuni hanno ingiustamente valutato buonista, molti elementi di base del cinema di questo regista: lo sport come confronto morale, prima ancora che fisico (Million Dollar Baby, 2004), la conciliazione fra gli opposti per incorporazione dei diversi (Flags of Our Fathers, 2006 – Gran Torino, 2008), sino a una malinconia esistenziale che pervade il suo lavoro sin dai tempi de Gli spietati (Unforgiven, 1992). E’ un esempio di grande cinema maturo al punto di non aver paura di sfiorare l’apologia e di usare i buoni sentimenti. Un’ultima nota, in una delle ultime inquadrature si riconosce chiaramente fra il pubblico la sagoma del regista che tifa per la squadra di casa. Un omaggio o un vezzo all’Alfred Hitchcock?

Umberto Rossi

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