15 mag 2010

La giornata si è aperta con due bei film sulla famiglia. Ha iniziato l’inglese Mike Leight presentando, in concorso, Another Year (Un altro anno) con centro quella che potremmo definire la famiglia perfetta. Gerri è psicologa e lavora in una struttura pubblica, Tom è geologo e sta collaborando ai carotaggi per la costruzione di una nuova fognatura londinese. Vanno d‘amore e d’accordo, amano la buona cucina, coltivano un orto biologico e curano i fiori in giardino, sono tranquilli e privi di problemi, il figlio sta percorrendo la sua strada, è andato via di casa, ma mentirne ottimi rapporti con loro. Attorno, un mondo che pare impazzito fatto com’è di persone insicure, infelici, sfortunate, incapaci di reggere il ritmo della vita. S’inizia con una casalinga che vuole le siano prescritti dei sonniferi, altrimenti non riesce a dormire e il sonno è il solo momento in cui può allontanarsi da una vita infelice. Si prosegue – sarà uno degli assi del film – con la donna stagionata, ma ancora velleitaria, incapace di fare qualsiasi cosa pratica, tranne il lavoro d’ufficio, pessima cuoca, innamorata insensatamente del figlio della coppia felice. Si procede con il fratello di Tom annichilito dal dolore per la morte della moglie e in pieno conflitto con il figlio. Tutto questo è cadenzato dallo scorrere delle stagioni, dalla primavera all’inverno. Forse non è l’opera migliore di questo regista che spesso si è rivolto a temi di forte impatto sociale come Tutto o niente (All or Nothing, 2002) o Il segreto di Vera Drake (Vera Drake, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2004), ma che non ha mai disdegnato la commedia o, persino, il biografico -  musicale (Topsy-Turvy, 1999). Questa volta il disegno riguarda, in particolare la borghesia medio – alta. Nessuno dei personaggi del film ha veri problemi economici, ma tutti – tranne la coppia catalizzatrice – sono preda a malesseri e a triboli esistenziali che rendono loro difficile il vivere. In questo modo finiscono coll’assumere un ruolo di protagonisti relegando sullo sfondo quelli che,  a prima vista, appaiono al centro del film. Questo nel senso che le figure di questi uomini e donne turbati e insicuri costruiscono qualche cosa di molto vivo e si trasformano nei veri poli d’attrazione dello sguardo dello spettatore.
Vita familiare anche per You Will Meet a Tall Dark Stranger (Incontrerai uno straniero alto e bruno), ultima fatica di Woody Allen, presentata fuori concorso. Lo scenario e quello della Londra della borghesia medio – alta cui appartengono due coniugi che si separano a causa dei pruriti giovanilisti del marito. La moglie cade presa di una medium cialtrona quanto abile, la figlia trova un lavoro in una galleria d’arte, è costretta a scegliere il lavoro per far quadrare  il bilancio familiare, poiché il marito, laureato in medicina, non porta a casa un soldo assorto com’è nello scrivere un romanzo che, secondo lui, farà epoca. La giovane finisce ben presto preda del fascino del proprietario della Galleria, mentre il marito si perde dietro le grazie di una bella vicina che ha intravvisto dalla finestra. Dopo varie peripezie tutto potrebbe aggiustarsi – il marito in smanie scopre i tradimenti della giovane, nuova moglie e lo scrittore rischia di essere smascherato, visto che ha presentato come suo un libro di un altro autore che credeva morto – sennonché non tutto quadra e, forse la falsa veggente non ha sbagliato del tutto i pronostici. Il film è accompagnato da una voce narrante che apre e chiude citando una verso del Macbeth di William Shakespeare (la vita è un sogno sognato da un pazzo pieno di sangue e dolore che non significa nulla), come dire che siamo in balia di forze che non riusciamo a controllare anche se crediamo di poterlo fare.  Il film è lieve, melanconico, usualmente perfetto nella confezione e privo di qualsiasi elemento comico. E’ una bella proposta su cui converrà ritornare.
Il secondo film in concorso era una di quelle opere davanti alla quali ci si toglie il cappello come omaggio alla generosità e, in un certo senso, al candore. Un homme qui crie (Un uomo che grida) porta la firma di Mahamat-Saleh Hardoun, è il primo film che viene, almeno in parte, dal Ciad  – è una coproduzione di questo paese con Francia e Belgio – e racconta il calvario di un padre, un tempo campione locale di nuoto, che perde il lavoro e il figlio strappatogli dalla sanguinosa guerra che ha travolto il territorio di questa nazione sin quasi ai primi anni 2.000. Sono intenti generosi legati a un sano desiderio di pace e fratellanza, sentimenti un po’ troppo generici per consentire allo spettatore di capire qualche cosa di questa lunga e sanguinosa tragedia. Nel film i contendenti sono genericamente identificati come ribelli senza dire che in realtà si trattava di libici, così come si parla, altrettanto genericamente, di governativi dimenticando l’importante supporto offerto al presidente Hissène Habré  da francesi e americani. In poche parole è un testo generoso e pacifista, non certo un film indimenticabile.
Nella sezione Un Certain Regard è stato presentato uno strano film tedesco: Under Dir Die Stadt (La città al disotto) di Christoph Hochhäuste. Un’opera che inizia come una storia d’adulterio, fra un potente banchiere e la moglie di un suo funzionario, per assumere, nell’estremo finale, i toni quasi da profezia rivoluzionaria. Detto in due parole è un pasticcio non privo d’eleganza formale, ma scombinato e di non facile decifrazione.

(umberto@uerre.it)

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1 commento su “Cannes 4 sabato 15 maggio 2010 di Umberto Rossi”

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