29 mag 2010

Il cinema, si sa, è soprattutto immagini, tuttavia sono rarissimi i cineasti che hanno cercato di costruire un film solo facendo leva sull’aspetto visivo. Fra gli italiani c’è da ricordare almeno Franco Piavoli (1933) le cui opere (Il pianeta azzurro, 1982 – Al primo soffio di vento, 2002) sono state costruite senza far ricorso a dialoghi o a voci fuori campo. A questa bella tradizione si affianca ora Le quattro volte che Michelangelo Frammartino (1968) ha dedicato alla sua Calabria e alla vita dei campi. Il film, selezionato e premiato dalla sezione Quinzaine des Réalisateurs all’ultimo Festival di Cannes, è un movimento in quattro tempi che cadenzano i rapporti e l’armonia fra il mondo umano, quello animale (il cane da pastore che compare nel film ha ricevuto il premio Palm Dog, sempre sulla Croisette) e quello vegetale. Se il vecchio pastore, che spera di curare con la polvere di chiesa il grave male che lo affligge, morirà, il suo gregge di capre sarà ereditato da un altro uomo e continuerà a dare vita a nuovi capretti. Uno di questi piccoli si smarrirà e assopirà (morirà?) all’ombra di un albero maestoso, che sarà tagliato per farne il palo della cuccagna per una festa paesana. Terminata questa, finirà ridotto in ceppi per essere trasformato in carbone fossile e, quindi disperso nell’aria con il fumo dei camini. E’ la visione di un mondo circolare in cui veramente nulla si crea e nulla si distrugge, un universo armonico cui il regista guarda con ironia e abilità, riuscendo a trasformare gli animali in veri personaggi, forse più degli stessi esseri umani.

(umberto@uerre.it)

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